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Restare fa male, andarsene fa paura: quando le relazioni diventano un luogo di blocco

Ci sono relazioni che non fanno più stare bene, eppure non finiscono. Non perché manchi la consapevolezza che qualcosa non funzioni, ma perché l’idea di andarsene sembra ancora più spaventosa del restare. In questi casi, la relazione diventa un luogo di blocco. Non è più uno spazio di crescita, ma nemmeno qualcosa che si riesce a lasciare.

Molte persone descrivono questa esperienza con frasi come “so che non va, ma non riesco a fare il passo”, oppure “resto perché non so cosa ci sarebbe dopo”. Non si tratta di debolezza, né di mancanza di lucidità. Spesso si tratta di una paralisi emotiva profonda, che ha a che fare con la paura del cambiamento, della perdita e dell’ignoto.

In alcune relazioni il dolore è presente da tempo. Litigi ripetuti, silenzi, distanza emotiva, senso di solitudine anche quando si è in due. Eppure, quel dolore diventa paradossalmente familiare. È conosciuto, prevedibile, in qualche modo gestibile.

L’idea di lasciare, invece, apre scenari sconosciuti. Solitudine, fallimento, senso di colpa, paura di aver sbagliato tutto. Per molte persone, il conosciuto doloroso sembra meno minaccioso dell’ignoto potenzialmente liberatorio.

Questo non significa che restare sia una scelta consapevole e serena. Significa che il sistema emotivo percepisce l’uscita come più pericolosa della permanenza.


La paralisi tra due dolori

In queste situazioni non si è davvero fermi. Si è bloccati tra due dolori. Da una parte il dolore di restare in una relazione che non nutre più. Dall’altra il dolore anticipato dell’andarsene.

È come trovarsi su una soglia senza riuscire a fare un passo avanti o indietro. Ogni opzione sembra portare sofferenza. E quando entrambe le strade fanno paura, il corpo e la mente spesso scelgono l’immobilità.

Questa paralisi non è passività. È una risposta di protezione.


La paura di lasciare non riguarda solo l’altro

Spesso si pensa che la difficoltà a lasciare riguardi l’amore per l’altra persona. In realtà, molto spesso riguarda il rapporto con sé stessi.

Lasciare una relazione può significare:
• rinunciare a un’idea di futuro
• mettere in discussione scelte fatte
• affrontare il senso di fallimento
• rivedere la propria identità
• restare soli con le proprie emozioni

Per alcune persone, la relazione è diventata un contenitore identitario. Anche se non funziona, dà una forma, un ruolo, una direzione. Lasciarla significa perdere non solo l’altro, ma anche una parte di sé.


Il senso di colpa e la responsabilità emotiva

Un altro elemento centrale è il senso di colpa. Molte persone restano perché sentono di essere responsabili del benessere emotivo dell’altro. Temono di ferire, di abbandonare, di “fare del male”.

Questo accade soprattutto in relazioni in cui uno dei due appare più fragile, dipendente o sofferente. Andarsene viene vissuto come un atto egoistico, anche quando restare significa sacrificare sé stessi.

In questi casi, la difficoltà non è scegliere tra amore e non amore, ma tra prendersi cura dell’altro e prendersi cura di sé.


Una metafora: la stanza che si restringe

Immagina di vivere in una stanza che lentamente si restringe. All’inizio è spaziosa, poi diventa più stretta. Ti muovi con più difficoltà, respiri peggio, ma sei abituato a stare lì.

La porta è aperta, ma fuori non sai cosa c’è. Uscire significa affrontare l’aria fredda, il buio, l’incertezza. Restare significa continuare a stringersi sempre di più.

Molte relazioni funzionano così. Non si resta perché si sta bene, ma perché uscire sembra troppo rischioso.


Quando il corpo dice “non ce la faccio più”

Spesso è il corpo a segnalare che qualcosa non va. Stanchezza cronica, ansia, insonnia, irritabilità, perdita di desiderio. Il corpo registra il conflitto prima ancora che la mente riesca a formularlo.

In questi casi, il problema non è “decidere cosa fare”, ma ascoltare ciò che sta già accadendo dentro. Il blocco decisionale è spesso un segnale che le risorse emotive sono esaurite.


Non è sempre il momento di decidere

Un errore comune è pensare che la terapia serva a prendere una decisione rapida. In realtà, molto spesso il lavoro terapeutico serve prima a sciogliere la paralisi.

Quando una persona è bloccata, non è pronta a scegliere. È troppo attivata, troppo spaventata, troppo carica di responsabilità e paura. Forzare una decisione in questo stato rischia di aumentare il senso di colpa e confusione.

In terapia si lavora per creare spazio. Spazio emotivo, mentale, relazionale. Solo quando lo spazio aumenta, le scelte diventano più chiare.


Restare o andare via non è la prima domanda

La domanda iniziale raramente è “devo restare o devo andare”. Spesso è più utile chiedersi:
• cosa mi fa paura dell’andarmene
• cosa mi tiene legato al restare
• cosa sto perdendo rimanendo così
• cosa temo di perdere se me ne vado

Queste domande aiutano a spostare l’attenzione dal giudizio alla comprensione.


Il ruolo della psicoterapia

La psicoterapia offre uno spazio protetto per esplorare questo blocco senza pressione. Non per spingere verso una scelta, ma per comprendere cosa sta rendendo la scelta così difficile.

In terapia è possibile:
• dare senso alla paralisi
• riconoscere le paure sottostanti
• distinguere responsabilità proprie e altrui
• ritrovare il contatto con i propri bisogni
• recuperare un senso di agency

Quando il blocco si scioglie, la decisione, qualunque essa sia, diventa più sostenibile.

Restare in una relazione che fa male non è sempre una scelta. Spesso è una risposta alla paura. Allo stesso modo, andarsene non è sempre una liberazione immediata, ma può richiedere tempo, sostegno e ascolto.

Se ti riconosci in questa esperienza, sappi che non sei solo e che non c’è nulla di sbagliato in te. A volte, prima di scegliere una direzione, è necessario fermarsi e capire cosa ci sta trattenendo.

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